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Polonnaruwa la bella

Durata tappa: 1 giorni, 2 notti
Km percorsi: 102km ca da Anuradhapura.  
Cartina

La sala del trono di Nissanka MallaSala del trono, particolareSala del tronoComplesso del palazzo reale, bassorilieviComplesso del palazzo reale, fregiComplesso del quadrilateroQuadrilatero, il VatadageQuadrilatero, il Vatadage, particolareQuadrilatero, rovine di un tempioQuadrilatero, rovine di un tempioQuadrilatero, il Latha-MandhapayaQuadrilatero, il tempio del bodhisattvaIl tempio indł Shiva Devale n.1Quadrilatero, il Pabula ViharaQuadrilatero, particolare di un buddhaGruppo settentrionale, il Rankot ViharaGruppo settentrionale, il Rankot ViharaOfferte votive all'interno di una cappellaGruppo settentrionale, fregi in granitoGal Vihara, un buddhaGal Vihara, forse Ananda, il discepolo di BuddhaGal Vihara, il grande Buddha sdraiatoBuddha nel Nirvana, il voltoBuddha nel Nirvana, caratteristica la posizione dei piediGal Vihara, lo stagno del lotoPolonnaruwa guest house, la hallLa sala da pranzo in stile coloniale originaleGruppo della Rest House, rovine dal palazzo di Nissanka MallaGruppo della Rest House, Royal Bath, area riservata alle regineRest House, tramonto sul lagoRest House, dalla terrazza

Mi accorgo solo ora di non aver ancora menzionato una delle prime peculiarità del luogo: la presa elettrica. Lì per lì non mi ha colpito particolarmente, a vederla era una normale placca a tre fori, la spina che in quel momento era infilata era quella semplice a due poli, senza nemmeno la messa a terra, di un'abat-jour. Mi appresto dunque a inserire il caricabatterie del cellulare, ma la spina non entra. Strano, perché al confronto le due spine sono praticamente uguali, stessi poli, stessa lunghezza, stessa distanza, stesse dimensioni. Ma no, da qualunque angolazione ci provassi, qualunque tipo di adattatore innestassi, il caricabatterie non ne voleva sapere. Con un'inquietudine che andava crescendo con i guaiti del telefono moribondo, chiamo un inserviente, che ridendo senza nemmeno provare a nasconderlo mi spiega che "basta una matita" (o una penna, fa lo stesso). Bisogna prima inserirla nel foro al centro della placca per poter connettere una qualunque spina alla corrente. La matita. Elementare no?

Ci penso solo ora perché Polonnaruwa è legata al piacevolissimo ricordo che ho della storica Rest House, una struttura a un solo piano, sulla riva del lago, con una magnifica veranda in stile, con infissi e mobili plausibilmente originali (avrebbe effettivamente bisogno di un po' di manutenzione). La luce dolce che filtra da quei vetri la mattina, il legno scuro e liscio, per colazione una macedonia fresca di frutta esotica matura, magari con una pallina di gelato alla vaniglia e una tazza di tè (siamo a Ceylon, non dimentichiamolo)... sono momenti che ripagano del caldo, della polvere e della fatica di una giornata trascorsa tra templi e rovine.

Anche Polonnaruwa è tra i siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, ed è il secondo regno più antico dello Sri Lanka. Proprio accanto alla Rest House inizia l'area archeologica con le rovine dell'antico palazzo del re Nissanka Malla, al potere all'inizio XIImo secolo. In realtà il re che diede lustro a Polonnaruwa è Parakramabahu I, che regnò alla fine dell'XImo secolo. Fino alla fine del Xmo, Polonnaruwa era la capitale del regno Chola, una dinastia tamil che si era estesa in Sri Lanka dall'India meridionale.
L'area archeologica della Rest House è abbastanza scarna, con un'oretta si gira comodamente, e ci si può imbattere anche nel 'servizio lavanderia' della Rest House (a destra)... A proposito: il concetto di 'servizio' qui è lontano dall'idea di efficienza che abbiamo in Europa. E' lento, è vero, ma la gente sembra avere sempre il tempo che le serve, la fretta è un'illustre sconosciuta. Meglio armarsi di pazienza e distrarsi ricordando di essere in vacanza invece che rovinarsi la giornata per qualcosa che non può cambiare e che forse è bene che non cambi.

All'area archeologica più antica si arriva in auto o in bici, e l'ingresso è subordinato al pagamento di un biglietto di 25 USD, dietro al quale si legge "Thank you for your generous contribution for mantaining the world heritage sites". Prego, non c'è di che.
Una volta entrati non si pensa più alla spesa e ci si lascia sopraffare dalla dolcezza del luogo. Doveva essere un complesso grandioso, una volta, trasudante ricchezza e potenza. Nonostante di integro ci sia rimasto poco, le strutture visitabili sono ancora molte e alcune davvero notevoli, come il Vatadage e il Rankot Vihara, intorno al quale cappelline millenarie sono ancora meta di fedeli, che lasciano statuine e offerte votive.

Sui monumenti non si accede con le scarpe ai piedi, sono aree sacre, ma essendo quasi tutto costruito di mattoni scuri, il pavimento può diventare davvero molto caldo durante il giorno, quindi è opportuno portarsi dei calzini da tennis. Nessun fedele si sentirà offeso e la passeggiata risulterà molto più piacevole.

Una costante delle aree archeologiche singalesi sono le cosiddette 'pietre di luna' (a destra), traduzione un po' alla buona per 'moonstone', cioè quella lastra semicircolare posta alla base delle gradinate d'accesso ai dagoba. La sua funzione è strutturale: quello che emerge è infatti solo la base di un cuneo profondo anche un paio di metri, che serve a tenere insieme i gradini delle scale, puntellandoli dal basso. Rispetto ad Anuradhapura, che comunque è più antica di quasi mille anni, ci sono molte somiglianze -nell'uso della pietra e dei mattoni, per esempio - ma  in generale si nota una maggiore varietà e ricchezza di particolari. Pregiati sono i bassorilievi che ritraggono elefanti, molto realistici nelle loro posture ed atteggiamenti. In Sri Lanka si incontrano molti elefanti allo stato brado (a sinistra, tra gli alberi), quando accade è bene fermare la macchina e aspettare che abbiano finito di mangiare i rami dagli alberi lungo la strada.

Tappa successiva: Verso Kandy